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Quanta verità nell'arte?

Una questione di senso.

Verso un’onesta riflessione filosofica sulla natura dell’arte e sulla rilevanza della sua crescente domanda nell’attuale società della tecnologia e della globalizzazione, non possiamo che esimerci dalla vana pretesa di irrigidirne l’irriducibile complessità in una definizione univoca e definitiva. Pensare oggi l’arte significa, infatti, dar conto della molteplicità e della poliedricità delle interpretazioni che concorrono, in maniera del tutto complementare, a delineare l’arte stessa. Significa, però, anche interrogarsi sul rapporto che esiste tra l’arte e il processo economico, vale a dire tra la capillare diffusione dell’arte in ogni ambito del vivere quotidiano e l’influenza che la dimensione economica esercita sul tale processo di diffusione. Seguendo la via estetica della fruizione sensibile, scorgiamo il bello negli oggetti di cui ci circondiamo, non di rado facendone degli idoli provvisori. Eppure avvertiamo un vivo ed irrefrenabile desiderio di arte al di là della fugacità delle tendenze del mercato, al di là del mero possesso degli oggetti stessi. E’ in questa ambivalenza che si scorge l’interrogativo sulle ragioni più profonde dell’importanza che riserviamo all’arte e che la domanda si fa originaria. Cos’è l’arte? Perché la rierchiamo? «L’arte – risponderebbe il filosofo Martin Heidegger – è la messa in opera della verità. […] L’arte fa scaturire la fondante salvaguardia della verità dell’ente nell’opera. Far scaturire qualcosa, porlo in opera con un salto che muova dalla sua provenienza essenziale, tutto questo è racchiuso nel significato della parola origine». Abbiamo bisogno di arte, dunque, perché abbiamo bisogno di verità. E la verità è sempre opaca, inafferrabile, seppur unica e al contempo prospettica. Abbiamo bisogno dell’opera d’arte in quanto luogo di svelamento, di apertura a quel senso che ci costituisce come esseri umani. «La verità – continua il filosofo esistenzialista – è il non esser-nascosto dell’ente in quanto ente. La verità è la verità dell’essere. La bellezza non è qualcosa che si accompagni a questa verità. Ponendosi in opera, la verità appare. L’apparire, in quanto apparire in questo essere-in-opera e in quanto opera, è la bellezza. Il bello rientra pertanto nel farsi evento della verità. Non è quindi qualcosa di relativo al piacere, quale suo semplice oggetto. Il bello riposa, sì, nella forma, ma solo perché la forma prese luce dall’essere come “entità” dell’ente».

 

 

Michela D’Alessandro

Tratto dal n’2 (2014) di MG Marcheguida

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