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Povertà in Italia, lo studio dell’Università di Macerata: cresce nelle città e si sposta verso le periferie

Non è più soltanto una questione di Nord contro Sud.

La povertà in Italia sta cambiando volto, assumendo caratteristiche più complesse e meno prevedibili rispetto al passato. A evidenziarlo è una recente ricerca coordinata da Gianluca Busilacchi, docente di Sociologia economica presso l’Università di Macerata, che ha coinvolto diversi atenei italiani nell’ambito di un progetto nazionale.

Una nuova mappa della povertà

Lo studio restituisce un’immagine del Paese profondamente trasformata, in cui le disuguaglianze non seguono più soltanto le tradizionali linee geografiche.

Se per decenni il divario principale è stato quello tra Nord e Sud, oggi emerge una frattura interna alle stesse aree urbane: da una parte i centri, dall’altra le periferie. Ed è proprio in queste ultime che si concentra sempre più il disagio economico.

Le grandi città diventano così il fulcro di una nuova geografia della povertà. Non si tratta più di fenomeni isolati o circoscritti, ma di dinamiche diffuse che attraversano territori anche molto diversi tra loro.

Il peso del costo della vita

Uno degli elementi chiave emersi dalla ricerca riguarda il cambiamento degli indicatori utilizzati per analizzare la povertà.

Non ci si limita più ai dati sui consumi, ma si guarda sempre di più al reddito disponibile e, soprattutto, al costo della vita. È proprio questo fattore a incidere in maniera determinante, soprattutto nei contesti urbani.

Il costo dell’abitare rappresenta uno dei principali elementi di pressione per le famiglie. Affitti elevati, mutui difficili da sostenere e spese quotidiane in aumento rendono sempre più complicato mantenere un livello di vita adeguato, anche per chi ha un lavoro.

A questo si aggiungono altre criticità, come la precarietà occupazionale e le difficoltà nell’accesso ai servizi essenziali, che contribuiscono ad ampliare il divario sociale.

Il fenomeno dei lavoratori poveri

Uno degli aspetti più significativi riguarda la crescita dei cosiddetti “lavoratori poveri”.

Non si tratta più soltanto di persone senza occupazione, ma di individui che, pur lavorando, non riescono a garantire a sé stessi e alle proprie famiglie condizioni di vita dignitose.

Questo fenomeno segna un cambiamento profondo nella struttura sociale italiana. Il lavoro, che tradizionalmente rappresentava una garanzia contro la povertà, oggi non è più sufficiente in molti casi.

Contratti precari, salari bassi e discontinuità lavorativa rendono fragile una parte sempre più ampia della popolazione, esponendola a situazioni di vulnerabilità economica.

Povertà minorile: un problema non uniforme

La ricerca evidenzia anche un’evoluzione nel fenomeno della povertà minorile, che si presenta con caratteristiche differenti a seconda dei territori.

Nel Mezzogiorno il disagio resta più diffuso e strutturale, mentre nelle regioni del Nord assume contorni diversi, interessando in particolare i figli di famiglie immigrate.

Si tratta di una distinzione importante, che sottolinea come le nuove disuguaglianze non siano più legate esclusivamente alla geografia, ma anche a fattori sociali e demografici.

Un Paese più frammentato

Nel complesso, lo studio mostra un’Italia sempre più frammentata, in cui le differenze si moltiplicano e si intrecciano.

Le disuguaglianze non scompaiono, ma si trasformano, diventando meno visibili a prima vista e allo stesso tempo più difficili da affrontare.

La povertà, oggi, non è più confinata in specifiche aree del Paese, ma attraversa contesti diversi, assumendo forme nuove e spesso più insidiose.

Comprendere questa evoluzione è fondamentale per costruire politiche efficaci, capaci di intervenire non solo sulle cause tradizionali del disagio, ma anche su quelle emergenti.

Perché la nuova sfida non è soltanto ridurre la povertà, ma riuscire a riconoscerla nelle sue forme più recenti e complesse.

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