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Covid19, la testimonianza di un attore italiano che vive e lavora in Spagna

Riccardo è un attore di teatro originario di Montelupone che da qualche anno vive e lavora in Spagna. In questa intervista ci spiega come sta vivendo la pandemia di covid 19 il paese iberico.

Cosa avete cercato di fare in Spagna per difendervi dal coronavirus prima che scoppiasse l’emergenza?  “Personalmente prima che scoppiasse l’emergenza ho cercato di rinforzare le misure di igiene, più che altro perché vedevo la situazione in Italia. Qui in Spagna l’emergenza è arrivata con una decina di giorni di ritardo”.

Le vostre attività teatrali sono sospese o proseguono on line?   “Le mie attività sono state tutte sospese poiché si trattava principalmente di spettacoli o prove di nuove produzioni. Ma alcuni colleghi che avevano corsi stabili di teatro hanno proseguito on line. Ovviamente il luogo del teatro è nel contesto della relazione diretta tra esseri umani”.

Come ti sei tenuto in contatto con i colleghi durante questa chiusura in Spagna per l’emergenza?    “Attraverso videochiamate, telefonate e mail”.

A voi lavoratori dello spettacolo vi hanno dato un sussidio in questo periodo di emergenza in cui non potete lavorare?    “Si, il governo ha adottato misure specifiche per il settore dei lavoratori e lavoratrici dello spettacolo, concedendo gli aiuti in base alle giornate contributive in regime di artista del 2019. Si tratta di un sussidio di disoccupazione che va dai 4 ai 6 mesi. Per la prima volta il governo ha riconosciuto l’intermittenza del nostro lavoro e ha agito di conseguenza. Si tratta di un passo in avanti fondamentale per i nostri diritti di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo anche per il futuro”.

Siete stati muniti di mascherine, guanti e di tutto quel che serve per cercare di difendersi dal coronavirus o lo avete dovuto comprare da soli?   Sono state distribuite mascherine in punti nevralgici delle città come stazioni, metro, snodi della viabilità, soprattutto da quando hanno riaperto alcune attività produttive. La maggior parte dei cittadini e cittadine hanno provveduto autonomamente ad acquistare guanti e mascherine anche perché in piena emergenza la priorità andava ai lavoratori e lavoratrici della sanità e persone a rischio”.

In Spagna è consentito uscire per le cose essenziali?    “Durante tutto l’isolamento è stato ovviamente possibile uscire per attività essenziali come la spesa, lavoro, sanità. Nel tempo queste misure si sono allentate. Prima hanno permesso ai bambini di uscire accompagnati e dal 2 maggio hanno permesso alle persone di fare passeggiate e attività sportive all’aperto in differenti frange orarie: dalle 6 alle 10 e dalle 20 alle 23 per la fascia 14-70 anni; dalle 12 alle 19 per i minori di 14 anni accompagnati da un familiare; dalle 10 alle 12 e dalle 19 alle 20 per maggiori di 70 anni e persone con necessità speciali accompagnate. Inoltre hanno aperto alcune attività commerciali in cui ci si può recare su appuntamento e attività di ristorazione solo da asporto. Questa è stata denominata fase 0. Dal 11 maggio alcune provincie sono passate alla fase 1, ovvero posso aprire attività di ristorazione con capienza ridotta al 30% al chiuso e del 50% all’aperto, hanno riaperto attività commerciali che hanno dimensioni non superiori ai 400mq . Hanno riaperto hotel e attività turistiche sempre con limitazioni, ci si può spostare liberamente all’interno della propria provincia e si posso fare riunioni tra amici, parenti o di lavoro con massimo 10 persone mantenendo le norme di distanziamento di 2 metri, guanti e mascherine”.

Da cittadino e da lavoratore dello spettacolo che idea ti sei fatto di questa emergenza?    “L’idea che mi sono fatto è che la nostra società dei consumi è arrivata ad un punto di non ritorno. Che ci sono servizi, come la sanità, la ricerca, la formazione, sono beni pubblici di importanza fondamentale e non possono essere oggetto di privatizzazioni e tagli di fondi. Penso che tutti i cittadini e le cittadine abbiano comprovato in questi mesi che le azioni che si compiono portano a delle conseguenze, spero che ci sia una responsabilizzazione dei comportamenti, che si prenda coscienza del fatto che possiamo influire direttamente sulla nostra società. I cambiamenti passano attraverso il nostro modo di agire. L’evolversi di questa pandemia è nelle nostre mani, i governi stanno facendo di tutto per la regolamentazione, ma non si può regolare tutto, poiché, oltre che immorale, è impossibile. Sta a noi cittadine e cittadini farci carico di questa responsabilità adottando comportamenti “sani”.

Come potrebbe secondo te cambiare il mondo del teatro e dello spettacolo dopo questa emergenza?    “Questo è difficile da dire. Il teatro resiste da sempre, ed esisterà fino a che le persone avranno la necessità di farlo e ci sia una relazione tra almeno due persone. Sono certo che il cambio non sarà nella direzione della tecnologia, ma il contrario. Le variazioni di forma e contenuti saranno espressione dei cambiamenti in atto delle società stesse. Il teatro ha sempre trovato il modo di sopravvivere, anche alle pandemie. Giusto per citarne una, la peste del 1576 nel Nord Italia, che costrinse alcuni comici dell’Arte a fuggire in Francia, dove negli anni successivi divenne il tipo di teatro popolare sotto il nome di Comédie-Italienne. O Kantor, che faceva teatro clandestinamente nella Polonia occupata dai nazisti in cui era proibito anche solo parlare il polacco”.

Siete stati informati su quando potrete riprendere il vostro lavoro?   “Dal 24 maggio inizia la fase 2 in cui i teatri possono riaprire con solo la capacità di un terzo degli spettatori. La maggior parte dei teatro però non potrà riaprire fino a che si ritorni al riempimento del 100% della capacità perché è economicamente insostenibile. Probabilmente da settembre si riaprirà qualcosa, soprattutto per eventi all’aperto”.

Avete approfittato di questo stop per formarvi e dare nuove idee e nuovi progetti culturali per quando tornerete a lavorare?   “Certamente. Anche se nel nostro lavoro ci formiamo costantemente, e nuove idee e nuovi progetti sono sempre presenti. Lo stop non ha influito molto in questo senso, anche se ha aiutato a avere più tempo per pensare, leggere e scrivere. Purtroppo l’incertezza non aiuta perché quando pensi ad un progetto devi fare i conti con la realtà, le sovvenzioni, il contesto socio-culturale e così via. In questo momento di confusione è difficile immaginare se quello che stai creando sia realizzabile in un tempo ragionevole e avrai i mezzi tecnico-economici disponibili”.

Vuoi aggiungere altro?   “Due considerazioni. Una riguardo al mio lavoro e una per la società in generale.  Vorrei riportare una frase che ho letto: “In questa situazione di emergenza ho scoperto che posso vivere senza andare al ristorante, senza prendere un aereo, senza negozi, senza auto. E ho avuto la conferma che non posso vivere senza libri, musica, film, arte. La differenza tra impazzire e mantenere una salute mentale la fornisce l’arte. Per questo la cultura è un diritto umano di prima necessità”.

Per quanto riguarda il nostro mondo, cito un’altra frase: “non voglio tornare alla normalità, perché la normalità era il problema”.

Tatiana Chiarini

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